„Für eine Generalreform der Liturgie“ – Programmatisches Manifest von Annibale Bugnini von 1949

(Rom) Die der klassischen Form des Römischen Ritus verbundene italienische Internetseite Messa in Latino veröffentlichte in einer mehrteiligen Reihe ein Dokument, das als „programmatisches Manifest“ für einen revolutionären Eingriff in die katholische Liturgie bezeichnet wird. Das Dokument wurde 1949 vom Lazaristenpater Annibale Bugnini verfaßt.

Pater Bugnini (1912-1981) gilt als Hauptarchitekt des liturgischen Umbruchs in der katholischen Kirche, der in entscheidendem Maße, mehr als jeder andere, die Liturgiereform von der Reform der Karwoche (1951-1956) bis zur „Generalreform“ des Römischen Ritus in der Nachkonzilszeit bestimmte. Seine Arbeit im Vatikan endete für den Lazaristen (der Orden ist in der Bundesrepublik Deutschland unter dem Namen Vinzentiner bekannt) 1976, als er zum Apostolischen Nuntius im Iran ernannt und nach Teheran gesandt wurde.

1948 hatte die Leitung der Zeitschrift „Ephemerides Liturgicae“ „in völlig privater und persönlicher Form“ mehrere Professoren an Universitäten, an Kleinen und Großen Seminarien, Direktoren geistlicher Werke, Angehörige verschiedener Orden und Kongregationen und Missionare verschiedener Nationen kontaktiert. Ziel war es, „die verschiedenen Meinungen für eine Liturgiereform zu sammeln und zu analysieren“. Schriftleiter der Zeitschrift war Pater Annibale Bugnini. 1948 war der Lazarist von Papst Pius XII. zum Sekretär Kommission zur Generalreform der Liturgie ernannt worden. Damit wurde er bald zum Chefliturgiker“ an der Römischen Kurie. 1959 bis 1962 war er unter Papst Johannes XXIII. Sekretär der Liturgischen Vorbereitungskommission des Zweiten Vatikanischen Konzils. Papst Paul VI. beauftragte ihn 1964 während des Konzils mit der Leitung des Consilium zur Durchführung der Liturgiekonstitution. Entscheidend für den liturgischen Umbruch war jedoch seine Amtszeit von 1969 bis 1975 als Sekretär der von Papst Paul VI. neuerrichteten Kongregation für den Gottesdienst, die eine epochale Liturgiereform umsetzte.

Die Ergebnisse seiner „Analyse“ faßte er im nun erneut zugänglich gemachten Aufsatz zusammen. Er nimmt in entscheidenden Punkten den nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil durchgeführten tiefgreifenden Umbruch der Liturgie des Römischen Ritus im wesentlichen vorweg. Der Aufsatz wird zur Dokumentation im italienischen Original veröffentlicht.
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PER UNA RIFORMA LITURGICA GENERALE

von Annibale Bugnini C.M.

„L’anno scorso la direzione della nostra Rivista, facendo qualche rilievo su recenti avvenimenti interessanti la liturgia, auspicava che fosse ripresa la riforma iniziata da Pio X per continuarla e portarla a termine secondo il programma assegnatogli dal Santo Pontefice (cfr. Ephem. Ut. 62 [1948] 3-4). Alcuni indizi, come la nuova traduzione del Salterio ordinata dal Santo Padre Pio XII f. r. e autorizzata per l’uso nella recita pubblica e privata dell’Ufficio divino, come pure gli incoraggiamenti ripetutamente espressi, davano buone speranze per una ripresa del lavoro, che avrebbe dovuto avere una tendenza pi๠spiccatamente pastorale (come si poteva arguire dalle varie concessioni e indulti degli ultimi tempi) in vista d’un alleggerimento dell’apparato liturgico e d’un adeguamento pi๠realistico alle esigenze concrete del clero e dei fedeli nelle mutate condizioni d’oggi. Questi motivi indussero la direzione della Rivista ad invitare i suoi collaboratori ed amici ad esprimere il loro pensiero in proposito. L’invito, in forma del tutto privata e riservata, fu diramato in modo che si potesse avere un’idea abbastanza esatta delle reali aspirazioni del clero delle varie categorie: professori universitari, insegnanti di seminario, clero in cura d’anime, direttori di opere, religiosi di diversi ordini e congregazioni, missionari, ecc. In particolare s’invitarono le persone che per il loro ministero, come la predicazione al clero, conferenzieri, direttori di case d’esercizi, ecc. sono a contatto frequente con molti ecclesiastici.
Si tenne anche conto delle varie nazioni, in modo che tutte, grosso modo, vi fossero rappresentate.
Le risposte furono numerose e varie qualificate; le proposte vanno dalle posizioni pi๠tradizionaliste alle pi๠avanzate. Alcuni si sono semplicemente attenuti al questionario inviato, altri hanno intessuto delle vere e proprie dissertazioni. C’ਠchi ha tentato di imperniare una riforma su dei princà¬pi, e chi si ਠlimitato ai particolari trascurando l’insieme.
Per evidenti ed ovvie ragioni, come s’era già  avvertito espressamente nella circolare d’invito, non possiamo pubblicare le risposte integralmente.
Dovremmo stampare un grosso volume, con l’inconveniente di vedere ripetute diecine di volte in termini diversi le stesse cose. Tenteremo di darne una relazione quanto mai sintetica, cercando di non perder nulla di quanto ਠstato proposto, anche se pi๠d’un suggerimento mostri dei lati deboli, difettosi e inaccettabili.
Ne trarremo quindi, via via, delle conclusioni – modestamente esprimendo il nostro personale pensiero. Ci preme inoltre avvertire che daremo, per ora, i risultati del referendum solo per le questioni relative all’impostazione generale d’una supponibile riforma e al Breviario, rimandando ad un secondo tempo quelli riguardanti gli altri libri liturgici.

E anzitutto una parola sul titolo di questa relazione. Abbiamo detto „riforma generale“. Nello stato attuale, infatti, si può pensare ad una riforma solo parziale, per esempio, del solo Breviario, per accennare al punto pi๠discusso, senza curarsi delle altre parti della liturgia, del messale, del rituale, del pontificale, dell’anno ecclesiastico, ecc.? Noi pensiamo di no. E come noi la pensa un ottimo liturgista, che scrive: „Una riforma desiderabile del Breviario Romano, o, pi๠esattamente, una revisione pienamente adeguata ai bisogni spirituali della cristianità  moderna, alle condizioni pubbliche e private, della celebrazione liturgica delle feste e dei misteri per mezzo della Messa e dell’Ufficio divino, non potrebbe compiersi utilmente nello stato d’incertezza che regna al presente sulla legislazione liturgica propriamente detta. Dal secolo XI almeno noi viviamo su un compromesso, impropriamente detto ‚rito romano‘, tra il rito pontificio celebrato in Vaticano o al Laterano personalmente dal Papa, il rito basilicale delle grandi chiese di Roma, il rito episcopale delle cattedrali latine d’occidente, gli usi conventuali monastici e canonicali, le necessità  del ministero parrocchiale urbano o rurale e quelle della devozione privata dei sacerdoti isolati o missionari“. Nello stato attuale, dunque, la liturgia ਠun mosaico, o, se pi๠piace, un vecchio edificio, costruito a poco a poco, in tempi diversi, con diversi materiali e da diverse mani.
Se ora si vuol togliere o cambiare („modernizzare„) l’una o l’altra parte, tutto il resto comincia a sgretolarsi o a non convenire pi๠con la parte restaurata. Infatti, anche Pio X ebbe l’idea di arrivare gradualmente ad una riforma generale. Ma le difficoltà  intrinseche al lavoro e circostanze esterne arrestarono la cosa, che non fu mai ripresa. Bisogna aggiungere che taluni problemi d’ordine pastorale, che allora incominciavano appena a farsi sentire, oggi han preso tali proporzioni e son divenuti cosଠassillanti, che non riconoscerli o non tenerne conto o non tentarne una soluzione sarebbe lo stesso che condannare la liturgia, preghiera viva della Chiesa, alla sterilità  o ad un archeologismo inefficace. Per cui pensiamo che una riforma liturgica o ਠgenerale o finirà  per non accontentare nessuno, perché lascerebbe le cose come sono con le loro deficienze, incongruenze e difficoltà .
E anzitutto una parola sul titolo di questa relazione. Abbiamo detto „riforma generale„.
Nello stato attuale, infatti, si può pensare ad una riforma solo parziale, per esempio, del solo Breviario, per accennare al punto pi๠discusso, senza curarsi delle altre parti della liturgia, del messale, del rituale, del pontificale, dell’anno ecclesiastico, ecc.? Noi pensiamo di no. E come noi la pensa un ottimo liturgista, che scrive: „Una riforma desiderabile del Breviario Romano, o, pi๠esattamente, una revisione pienamente adeguata ai bisogni spirituali della cristianità  moderna, alle condizioni pubbliche e private, della celebrazione liturgica delle feste e dei misteri per mezzo della Messa e dell’Ufficio divino, non potrebbe compiersi utilmente nello stato d’incertezza che regna al presente sulla legislazione liturgica propriamente detta. Dal secolo xi almeno noi viviamo su un compromesso, impropriamente detto “ rito romano „, tra il rito pontificio celebrato in Vaticano o al Laterano personalmente dal Papa, il rito basilicale delle grandi chiese di Roma, il rito episcopale delle cattedrali latine d’occidente, gli usi conventuali monastici e canonicali, le necessità  del ministero parrocchiale urbano o rurale e quelle della devozione privata dei sacerdoti isolati o missionari“. Nello stato attuale, dunque, la liturgia ਠun mosaico, o, se pi๠piace, un vecchio edificio, costruito a poco a poco, in tempi diversi, con diversi materiali e da diverse mani. Se ora si vuol togliere o cambiare („modernizzare“) l’una o l’altra parte, tutto il resto comincia a sgretolarsi o a non convenire pi๠con la parte restaurata. Infatti, anche Pio X ebbe l’idea di arrivare gradualmente ad una riforma generale. Ma le difficoltà  intrinseche al lavoro e circostanze esterne arrestarono la cosa, che non fu mai ripresa. Bisogna aggiungere che taluni problemi d’ordine pastorale, che allora incominciavano appena a farsi sentire, oggi han preso tali proporzioni e son divenuti cosଠassillanti, che non riconoscerli o non tenerne conto o non tentarne una soluzione sarebbe lo stesso che condannare la liturgia, preghiera viva della Chiesa, alla sterilità  o ad un archeologismo inefficace. Per cui pensiamo che una riforma liturgica o ਠgenerale o finirà  per non accontentare nessuno, perché lascerebbe le cose come sono con le loro deficienze, incongruenze e difficoltà .

1. PRINCàŒPI

La supposta riforma, perché sia organica e unitaria, e quindi duratura, dovrebbe partire da princà¬pi netti e ben precisi. Un collaboratore li formula cosà¬:
a) principio tetico: „melior est conditio possidentis„, cioਠdella tradizione» che si deve presumere buona, finché non sia dimostrata cattiva, cioਠmeno utile;
b) principio antitetico: bisogna attenersi alla brevità  e semplicità  del comando divino: «Sic orabitis: Pater noster…„;
c) principio sintetico: bisogna fare una cosa e non tralasciare l’altra, cioਠconservare la tradizione e non temere la semplificazione.
Altri affermano che „la riforma dev’essere concepita come un ritorno alla tradizione primitiva della celebrazione del mistero cristiano piuttosto che come un compromesso tra questa celebrazione in sottordine e le superfetazioni devozionali che l’hanno disarticolata nel corso dei secoli„.
Da cui i seguenti principi:
1) predominio del Temporale sul Santorale;
2) l’ufficio tipico infra hebdomadam il feriale a 3 lezioni;
3) conservare al culto dei santi il carattere strettamente locale;
4) evitare il moltiplicarsi delle „feste d’idea“;
5) evitare la continua ripetizione dei „comuni“.

2. GRADUAZIONE DELLE FESTE

Il lamento generale ਠche la graduazione delle feste, cosଠcome si presenta attualmente, ਠtroppo complicata e minuziosa.
Ma quando si tratta di dare una soluzione, o non se ne indica affatto o ਠevidentemente inadeguata allo scopo. I pi๠si accontentano di dire che i „doppi“ sono troppi e vanno ridotti; che i „semidoppi„, in pratica, non hanno altro effetto che di appesantire l’ufficio coll’aggiunta all’ufficio normale di 9 lezioni delle «preci» a Prima e delle commemorazioni comuni, e che, perciò, va abolito, riducendo queste feste a rito semplice, ed elevando le domeniche a rito doppio o a doppio maggiore o a feste di seconda classe.
C’ਠinoltre l’ufficio semifestivo (S. Agata, S. Cecilia, ecc.) che avrebbe bisogno di una trasformazione in quanto impone la divisione illogica, e, in qualche caso, un capriccioso intreccio di parti per natura loro inscindibili.
Nell’insieme i rimedi proposti non risolvono il problema che in minima parte.
Come arrivare ad una reale e definitiva semplificazione?
Forse non ਠlontano dal vero chi definisce „eccessiva ed arbitraria l’attuale nomenclatura dei riti dell’Ufficio“ e suggerisce di venire addirittura alla formazione d’una nuova scala ideale di graduazione di feste, che non sia semplicemente intenzionale e fittizia, ma che abbia una base reale e concreta nel valore intrinseco delle feste stesse e che possa soddisfare alle esigenze ragionevoli della liturgia.
Una tale scala dovrebbe tener conto anzitutto delle feste fondamentali dei misteri del Signore (Natale, Epifania, Pasqua, Ascensione, Pentecoste), che regolano tutto il ciclo annuale della Redenzione e che quindi dovrebbero avere un trattamento speciale, poi delle altre feste del Signore pi๠recenti, ma particolarmente importanti e cioਠCorpus Domini, Sacro Cuore e Cristo Re, e quindi, proporzionalmente, delle altre ricorrenze dell’anno, distribuite, naturalmente, per gradi a gamma molto ridotta.

3. CALENDARIO

A. Temporale

Si ਠgià  accennato che con i due cicli di Natale e di Pasqua il proprium de tempore dovrebbe riacquistare nella liturgia riformata un’assoluta preminenza sul proprium sanctorum. àˆ desiderio universale.
Anche qui, però, nessuno si ਠposto il problema nel suo complesso, ma ci si ਠlimitati a rilievi particolari, che possono sintetizzarsi cosà¬:
a) Prefazio proprio per l’Avvento;
b) in Avvento soppressione delle commemorazioni;
c) nel ciclo natalizio accordo tra la successione storica degli avvenimenti e il calendario liturgico.
Attualmente, si rileva, c’ਠun intreccio assai capriccioso delle due cose, come si può osservare dallo schema seguente: Se si tracciano delle linee che uniscano il fatto storico con la corrispondente festa liturgica ne risulta un vero labirinto.
La proposta tenderebbe a far combaciare le due successioni ideali.
d) L‘ottava del Natale tratti tutta del mistero natalizio e quindi si eliminino le feste dei santi o si riducano ad una semplice commemorazione. S. Giovanni Evang. e S. Stefano già  si celebrano in altri tempi e qui possono scomparire; i ss. Innocenti invece possono rimanere perchਠin relazione col Natale. Le lezioni per gli altri giorni si possono prendere dalla festa della sacra Famiglia, della Maternità , ecc.
e) Nella festa dell’Epifania si celebri una seconda Messa per commemorare il Battesimo di Ges๠(Messa dei Magi al mattino e del Battesimo dopo Terza).Maggiore risalto della festa dell’Epifania con la sua ottava. …Il proponente aggiunge allo schema ampie spiegazioni giustificative delle singole assegnazioni e trasposizioni, ma la proposta ci pare nell’insieme assai singolare e di non facile attuazione, supposto, naturalmente, che meriti davvero, cosଠcome si presenta, di essere presa in considerazione.
f) Pasqua.
Chi la vuol fissa, chi mobile (o lasciandola come sta ora, oppure mettendola nella prima domenica d’aprile o nella prima metà  dello stesso mese). I sostenitori della Pasqua fissa affermano che essa «porterebbe in tutti i campi dell’attività  e della preghiera un considerevole vantaggio, che compenserebbe di gran lunga i diversi punti di vista dei tradizionalisti».
Questi, a loro volta, rilevano che „la mobilità  della Pasqua ਠuno degli elementi pi๠preziosi della poesia della vita già  troppo monotona.
D’altra parte, aggiungono, non si potrebbe assicurare la voluta fissità  senza sacrificare, per ottenerla artificialmente, il computo lunare tradizionale e la successione regolare di sette giorni della settimana“.La questione, come ਠnoto, ਠstata trattata in tutti i sensi anche fuori, anzi soprattutto fuori del campo puramente ecclesiastico.
Ma ai fini di una possibile riforma liturgica incide in modo secondario. Si conosce anche l’atteggiamento della Santa Sede in proposito, atteggiamento che resta la là¬nea direttiva seguita fino ad oggi.
g) Pentecoste. Ritorno alla prassi antichissima di chiudere il tempo pasquale colla giornata cinquantesima, cioਠcon la domenica di Pentecoste, senza ottava.

B. Santorale

Un alleggerimento del Santorale accoglie molti voti, che vorrebbero un maggior sviluppo del culto latreutico e degli uffici de feria. Si tratta di eliminare e di limitare. E per questo si chiede non solo una riduzione dell’attuale calendario, ma anche norme fisse e tassative per impedire che in seguito si ripeta l’agglomerarsi indiscreto delle nuove feste di santi.
Ecco come si esprime un collaboratore: „Bisogna far cessare la prevalenza devozionale riducendo al tipo unico della festa semplice e salterio feriale tutte le feste di santi per le quali non esiste alcuna ragione locale di solennità  pi๠grande. I motivi di pura devozione sono inammissibili.
Devono contare solo: la nascita del santo, la sua dimora, la tomba o la presenza effettiva di reliquie insigni in un luogo ben determinato e non per tutta la diocesi.
Le feste semplificate non dovrebbero avere di proprio o preso dal comune che la colletta, l’antifona al Magnificat e il versetto al Vespro, l’antifona del Benedictus col versetto alle Lodi,
Tutto il resto dovrebbe essere preso dal salterio e dall’ordinario.
Le feste pi๠solenni soltanto dovrebbero avere l’ufficio a 9 lezioni e rito doppio, come nell’uso attuale. I patroni propriamente detti, gli apostoli locali e i grandi santi della Chiesa universale dovrebbero avere l’ufficio proprio o comune col rito doppio maggiore o di 2a classe.
La ia classe, soprattutto con ottava, dovrebbe essere rarissima.
Un mezzo eccellente per tagliar corto al fastidioso moltiplicarsi delle commemorazioni potrebbe essere quello d’incorporare nel Breviario la lettura del Martirologio a Prima…
Bisogna liberare la celebrazione pubblica di tutti gli elementi penetrati per circostanze fortuite (invenzioni, traslazioni di reliquie, ecc.).
La storia ci dice che il culto dei Santi si celebrava unicamente intorno alla loro sepoltura, la tomba o la ‘cathedra’.
La non sicurezza dei cimiteri ‘extra muros’ al tempo delle invasioni fece portare in città  i corpi santi e diede luogo allò sviluppo del loro culto a danno della celebrazione dei misteri della Redenzione.
Il ritorno all’antico stato di cose potrebbe avere il buon effetto di ridar vita ai pellegrinaggi, ai quali nessuno pensa pi๠da quando la festa di un santo si fa dappertutto.“

A queste osservazioni d’ordine generale un altro studioso dà  un accento pi๠tradizionalista e particolareggiato, pur sostenendo il principio della semplificazione:

1. àˆ ormai pacifico, dice, e da tutti ammesso che l’ufficio “de tempore„ debba riprendere un posto preponderante senza peraltro sacrificare il culto dei santi.
Ci si può arrivare conservando nel calendario della Chiesa universale solo queste feste:
a) le due feste di S. Giovanni Battista, e quella di S. Michele Arcangelo del 29 settembre;
b) una‘ sola festa di S. Giuseppe da celebrarsi nel tempo natalizio (altri suggeriscono la 3a dom. dopo Pasqua o nel mese di maggio);
c) le feste degli Apostoli;
d) le principali feste dei martiri, non conservando che gli antichi martiri romani, ma anche qualche martire della Chiesa universale, per es. S. Potino e S. Dionigi, S. Bonifazio, S. Giosafat, S. Venceslao, i Martiri Domenicani e Francescani del Marocco, i Martiri Giapponesi, qualche martire missionario degli ultimi secoli;à¨) le feste dei Dottori della Chiesa (se necessario, raggruppandoli);
e) le feste di alcuni grandi Papi: S. Gregorio VII, S. Pio V, ecc.;
f) le feste dei fondatori di grandi Ordini o di Congregazioni d’importanza veramente universale e sparsi in tutto il mondo, come i santi Benedetto, Bernardo, Brunone, Francesco d’Assisi, Domenico, Vincenzo de‘ Paoli, Giovanna di Chantal, Teresa d’Avila, ecc.;
g) qualche altra festa di santi veramente universali e scelti un po‘ in tutti i paesi. Evidentemente la scelta richiederebbe molto tatto!

2. Nello stesso ordine d’idee, bisognerebbe raggruppare pi๠santi che hanno avuto attività  uguale o affine (cosa che avviene già  nell’Ordine benedettino).
Perché non riunire i santi Barnaba, Tito, Timoteo e Sila, con l’ufficio degli Apostoli?
CosଠS. Gioacchino e S. Anna (con ufficio proprio, tenendo conto che sono Santi del V. T.); gruppi di santi Papi, ecc.; di santi Patriarchi e Profeti, istituendo una festa collettiva.

3. A titolo di pura indicazione si potrebbero segnalare le feste seguenti come suscettibili di eliminazione dal calendario universale: S. Martina, S. Andrea Corsini, S. Romualdo, i Santi Sette Fondatori dei Servi di Maria, S. Simeone di Gerusalemme, S. Casimiro, S. Francesca Romana, i Santi XL Martiri, S. Francesco di Paola, i Ss. Sotere e Caio, S. Giorgio, S. Paolo della Croce, S. Pietro di Verona.

Al contrario si potrebbero abbinare S. Tommaso Becket e S. Stanislao, S. Atanasio d’Alessandria e S. Ilario di Poitiers, S. Cirillo di Gerusalemme e S. Giovanni Damasceno, S. Alberto Magno e S. Bonaventura, S. Pietro Canisio e S. Roberto Bellarmino, S. Felice di Valois e S. Giovanni de Matha, S. Giovanni di Dio e S. Camillo de Lellis.

In questo caso si potrebbe generalizzare l’uso dei comuni „pro aliquibus locis“ di pi๠confessori e pi๠sante donne.
Le feste di santi soppresse potrebbero d’altra parte essere integrate nei propri diocesani o nazionali o nei propri delle Congregazioni.

4. Quanto alle feste del Signore e della Madonna alcune sono certamente dei doppioni e andrebbero semplificate.
Per esempio:
Circoncisione e Santo Nome di Gesà¹,
Preziosissimo Sangue da fondersi con l’ottava del Sacro Cuore,
Trasfigurazione e 2a domenica di Quaresima,
le due feste della Santa Croce, le due feste della Madonna Addolorata,
il Santo Nome di Maria, da fondersi coll’Ottava della Nascita della Vergine,
le due feste della Cathedra Petri
.
Altre proposte di minor importanza riguardanti il Santorale sono: che la festa di Cristo Re sia trasferita alla Domenica tra l’ottava dell’Ascensione, e la Maternità  della B. M. V. al 3 gennaio; o il nome di S. Giuseppe entri nel Canone e nel Confiteor; che si introduca un „festum Annuntiationis S. Ioannis Baptistae“ al 23 settembre, in quanto questa data costituirebbe “primordia Evangelii„; che si riordini completamente il “Commune Sanctorum„; (quello dette „Confessorum“ ਠquasi un rifugio di tutti i santi pi๠disparati: sacerdoti, monaci, laici, giovani, vecchi, di tutti i ceti e classi, quindi anche il formulario ਠdivenuto schematico, senza vita e proprietà ).
Almeno il „Commune Confessoris non Pontiflcis“ dovrebbe suddividersi in due: „Comm. Confessoris Presbyteri“ e „Comm. Conf. non Presbyteri„, assegnando al primo dei testi presi anche dal Pontificale Romano, i quali „rememorent pristinos dies“ e „resuscitent gratiam quae data est per impositionem manuum„.

Che dire di tutte queste proposte?

C’ਠindubbiamente molto di buono e paiono dettate da una visione abbastanza concreta del problema.
Ma ci sembra che debbano essere inserite in un quadro ancora pi๠ampio, e fluire da netti e chiari princà¬pi, che diano l’ossatura del calendario riformando e servan di norma per l’avvenire.
Perché i giorni dell’anno sono limitati (365), mentre i santi sono moltissimi e in continuo aumento.
Su quali princà¬pi si potrebbe fare l’accordo?
Pensiamo che debbano essere gli stessi, ai quali si ispirò la Commissione di S. Pio V, quando mise mano alla riforma che da lui prende il nome, perché proprio allora il calendario romano assunse un carattere veramente «cattolico» con l’estensione alla Chiesa universale.
Se ben si osserva, il calendario piano ha embrionalmente un duplice indirizzo: senso di romanità  e inizio di universalità  cattolica.
Questi due concetti potrebbero fornire i princà¬pi ispiratori del nuovo calendario.

Romanità  e quindi un posto di privilegio dovrebbero avervi gii autentici martiri romani, i santi antichi non romani ma con culto antico in Roma, i santi collegati alle chiese titolari romane, i papi, la dedicazione di chiese romane.
Universalità  cattolica: i dottori, i santi Padri e gli scrittori ecclesiastici posteriori,
i santi rappresentativi del monachesimo e dell’ascetismo antico,
i santi rappresentativi delle Chiese orientali,
i santi nazionali (gli evangelizzatori delle varie nazioni,santi e principi, altri santi «nazionali»)
i fondatori (secondo l’importanza che il santo e il suo Ordine hanno nella Chiesa universale),
i santi patroni,
le feste dei pi๠celebri santuari mondiali.
C’ਠpoi un cumolo di questioni sulle feste minori del Signore e della Madonna, sulle feste ideali, gli uffici della Passione, ecc., che devono essere esaminate attentamente, perché la liturgia soddisfi realmente a tutte (per quanto umanamente possibile) le esigenze della pietà  liturgica odierna.

Ma come conciliare l’introduzione o il mantenimento di tutte queste feste col ricercato alleggerimento del calendario dalle feste dei Santi?

Tutto dipende dal grado che esse avranno e dal modo, quindi, di celebrarle.

4. IL BREVIARIO

àˆ il punto che ha incontrato il maggior interessamento e quello che, in realtà , agli effetti d’una riforma, avrebbe maggior portata pratica per il clero. Il Breviario ਠstato anche, bisogna riconoscerlo, il punto di partenza e il punto di paragone di tutte le riforme precedenti e, se ben si osserva, in tutte c’ਠstata una costante tendenza ad alleggerire (mai ad accrescere) il pensum quotidiano dell’Ufficio divino. àˆ in questo senso, com’era da prevedere, che si orientano tutti i suggerimenti dei nostri collaboratori, che hanno in comune anche un’altra particolarità : riportare l’Ufficio divino al centro della pietà  sacerdotale rendendolo attraente e riportarlo anche, per quanto ਠpossibile, nelle mani del popolo.
E veniamo alle proposte.

1) Il „ritmo“ delle Ore del Breviario, che animava con la preghiera frequente, anche nella notte, la vita dei monaci, osservano alcuni, oggi non corrisponde pi๠al ritmo della vita del clero addetto al ministero pastorale, che ਠla stragrande maggioranza.
Il lavoro parrocchiale, reso pi๠gravoso dalla deficienza di sacerdoti, le opere sociali e religiose che si moltiplicano gravitando intorno alla parrocchia, cellula naturale della vita cristiana, l’evangelizzazione pi๠elementare che richiede grande disponibilità  di tempo, e infine per assolvere queste incombenze, l’organismo umano assai pi๠debole ora che non per l’addietro, tutto ciò, secondo costoro, reclamerebbe necessariamente un alleggerimento e un adattamento.

Ci vorrebbe, dicono, un Breviario, in cui le preghiere fossero distribuite altrimenti, per esempio al mattino e alla sera. àˆ un ritmo naturale della vita degli uomini, che corrisponderebbe meglio alle nostre presenti condizioni. Se si dimenticassero queste riflessioni d’ordine sociologico, si conclude, il Breviario sarebbe sempre pi๠un peso per il clero pastorale e la recita fatta tutta assieme di Ore composte per essere scaglionate nella giornata non farebbe che accrescere il malessere già  adesso cosଠgrave.

2) Altri, al contrario, concepiscono la riforma non nello spirito d’una diminuzione quantitativa, ma piuttosto d’un migliore equilibrio generale dell’opta Dei attraverso l’anno, la settimana e la giornata.
La riforma, dicono, deve conservare al Breviario il suo carattere corale „comunitario“. E in: questo dovrebbe favorire il movimento che si nota già  in parecchi paesi tra il clero di ritrovarsi insieme nella vita e nella preghiera comune basata precisamente sulla recita dell’Ufficio divino.

3) Qualcuno rileva che il Breviario attuale „non può considerarsi molto pesante“, che la sua recitazione ਠvaria e gradita e riflette meglio la tradizione secolare, ਠdevoto nel contenuto e che quindi una riforma dovrebbe ispirarsi a questi due princà¬pi:
a) semplicità  soprattutto nelle rubriche oggi fantasticamente complicate (soppressione della „lectio IX“, delle commemorazioni, delle ottave, degli uffici trasferiti, ecc.). Il breviario dovrebbe essere un „devozionario“ agile e breve, che possa recitarsi senza necessità  di calendari o epatte;
b) varietà  che faciliti la devozione e l’istruzione. L’ideale, sempre secondo costoro, sarebbe che ogni festa avesse lezioni, omelie, inni, ecc. propri; i „comuni“ sono la fossilizzazione della pietà .

5. LA SALMODIA

Il salterio costituisce la base della preghiera liturgica.
La inintelligibilità  di alcune parti costituiva, fino a poco tempo fa, la prima e pi๠grande difficoltà  ad una recita pia e devota. Un gran passo in avanti, su questo punto, ਠstato fatto con la recente nuova traduzione dei salmi, a proposito della quale, mentre si nota una generale soddisfazione e non si risparmiano lodi per la sua insperata e inattesa realizzazione, non ਠmancato, (l’accenniamo per scrupolo di esattezza), chi ha espresso il desiderio che „gregorianisti e latinisti medievali possano ancora esaminare qualche punto“ e apportarvi, prima che la „nova interpretatio“ venga definitivamente adottata per tutta la Chiesa, qualche leggera modifica, dove il testo presenta ancora delle difficoltà  per l’uso liturgico.
Un vecchio parroco si inquieta per timore che un giorno venga fatto divieto di servirsi del vecchio salterio; egli conosce quasi tutti i 150 salmi a memoria, e durante le visite ai malati, spesso molto lunghe, può recitare a memoria il Breviario, ciò che sarebbe impossibile se il nuovo salterio venisse imposto togliendo completamente l’uso del vecchio. La intelligibilità  non esaurisce tutti i problemi che riguardano il salterio. Poiché le proposte di riforma si orientano decisamente verso una riduzione del pensum quotidiano, in genere si punta precisamente sul salterio per raggiungere lo scopo.

1) Ci son di quelli che vorrebbero ridurre il Matutino, come nell’ottava di Pasqua e di Pentecoste, a tre salmi e tre lezioni e cosଠpenserebbero d’aver trovato ipso facto la soluzione voluta. In questo caso si proporrebbe il seguente schema: Invitatorio, inno, tre salmi con tre lezioni, Dominus vobiscum, orazione del giorno (il „Te Deum“ dovrebbe riservarsi per le grandi solennità ).

2) Altri invece trovano che l’attuale recita settimanale dell’intero salterio debba restare intatta, e chiedono che si sia pi๠severi, in quanto solo le feste principalissime dovrebbero abbandonare lo schema del salterio settimanale; le altre dovrebbero avere salmi propri solo a Vespro, Matutino e Lodi; alle Ore minori e Compieta servirsi del salterio corrispondente della settimana.

3) Nelle feste che prendono i salmi dalla domenica alle Ore minori qualcuno consiglierebbe di usare i salmi graduali e il salmo 118 rimanere solo per la domenica. (Ma altri trovano il salmo 118 sempre pi๠bello e ricco e lo vorrebbero pi๠spesso ancora).

4) C’ਠchi propone che si riveda la distribuzione e divisione dei salmi, abbreviando taluni schemi, come quelli della domenica.

5) Altre proposte particolari sono: che si eviti di dire due volte lo stesso salmo sotto forme poco diverse, come il 13 e il 52, 39 iii e 69; che si raggruppino i salmi 41-42; che ad ogni salmo si aggiunga una spiegazione in poche parole, o un titolo che ne specifichi il senso; che il simbolo „atanasiano“ si serbi per la festa della SS. Trinità , oppure si divida in parti come salmi di Prima della domenica; che alle Lodi si restituisca il vecchio schema in uso prima di Pio X; che ai vespri cantati col popolo si dia la facoltà  di sostituire l’ultimo salmo proprio col Laudate Dominum (salmo 116).

6) Infine non sono mancati quelli che vedrebbero nella distribuzione del salterio in due settimane Punico e pi๠efficace modo di venire ad un reale alleggerimento dell’Ufficio divino. «Si potrebbe pensare, dice uno dei proponenti, ad una riforma pi๠profonda dell’Ufficio divino, che ritenga la recita quotidiana e permetta correlativamente la lettura della Sacra Scrittura.

Ciò non dovrebbe importare nessun cambiamento sostanziale all’anno liturgico né all’ordinamento base delle Ore canoniche.
Ma il salterio sarebbe diviso in due settimane col seguente schema:

Vespri: quattro antifone e quattro salmi o parti di salmi, una lezione della Scrittura (una ventina di versetti) in relazione col tempo liturgico (o con la festa, ma solo per le grandi feste) e seguita da un responsorio, inno, versetto, Magnificat.

Compieta: schema attuale.

Matutino: Invitatorio, inno, poi un solo notturno di tre antifone e tre salmi (o tre gruppi di salmi con un solo Gloria), tre lezioni (della Scrittura, storica o patristica, e omelia) le domeniche e feste; una sola lezione alle ferie per annum, due lezioni alle ferie che hanno un vangelo proprio (lezione biblica e omelia).

Lodi: schema attuale, ma con recita quotidiana del gruppo di salmi 148-150 conforme alla tradizione antica Ore Minori: schema attuale.

Segue un dettagliato schema di ripartizione salmodica per le due settimane e l’indicazione dei cantici per il „cursus“ ordinario e per quello festivo. Senza dubbio la proposta ਠsuggestiva, assai pi๠di quel che potrebbe sembrare a prima vista.
L’idea, in fondo, non sarebbe d’una novità  assoluta. Il rito ambrosiano ha ab antico il salterio ripartito in due settimane.
C’ਠil fatto della rottura della tradizione romana settimanale, che ha fatto scartare il progetto risolutamente anche al P. Parsch.
Ma, tutto considerato, ci pare che il „vale“ ad una veneranda tradizione sia largamente compensato dai vantaggi che ne deriverebbero, qualora il progetto s’avviasse davvero verso una realizzazione; cioਠci pare che sarebbe questo il modo pi๠semplice e pi๠serio di arrivare ad una riduzione ragionevole e conveniente dell’onus canonieum.
Certo una tendenza verso questa soluzione non potrebbe non riscuotere molti consensi, specialmente da parte del clero pastorale.

Ma evidentemente ciò rimane in sede di puro desiderio e la nostra segnalazione non ha altro scopo che di mostrare una delle pi๠indovinate e possibili soluzioni allo spinoso problema.

6. LE ANTIFONE

Alla salmodia sono intimamente legate le antifone, e proposte di vario genere non mancano anche per queste. Si chiede:
1) che le antifone sia prima che dopo il salmo siano dette sempre per intero e non solo accennate;
2) che si mettano d’accordo Breviario e Antifonario, dove ci son divergenze tanto per il testo che per la posizione dell’asterisco d’intonazione;
3) che si faccia una migliore scelta delle antifone, pi๠utili, riflettenti meglio il senso del salmo, di cui debbono essere come il titolo, e preferibilmente tolte dal N. T. per mettere il salmo nella luce della Redenzione;
4) che si tolga l’alleluia da certe antifone che non lo comportano, per es. „Quomodo cantabimus canticum Domini in terra aliena, alleluia, alleluia» (II domen. dopo Pasqua, resp.; „Consolantem me quaesivi et non inveni, alleluia“ (festa del S. Cuore), ecc.;
5) nella festa del Sacratissimo Rosario le antifone del 1° notturno si prendano dal Comune della B. V. M. e alle Lodi si prendano dai Vespri, perché queste antifone sono state applicate ai salmi troppo meccanicamente, i misteri gaudiosi vengono celebrati due volte, nell’inno dei primi Vespri e nelle antifone del 1° e 2° notturno. Cosଠpure con molta incongruenza i misteri gaudiosi vengono messi assieme a quelli dolorosi (20 notturno), e il 40 e 50 mistero doloroso malamente vengono contratti in uno.

7. LA LETTURA

Altro punto di capitale importanza ਠstato per tutti i proponenti la lettura.
Se ne chiede all’unanimità  un aumento qualitativo e quantitativo. àˆ senza dubbio un buon segno.
Quando però si passa alla formulazione concreta delle proposte i pareri non sono pi๠concordi. Notiamo subito: da una parte si chiede che la lettura sia aumentata, dall’altra si vorrebbe accorciare il Matutino riducendolo ad un solo notturno e a tre lezioni che non siano troppo lunghe e prese una dal V. T., l’altra storica, la terza dal N. T. (à¨, in fondo, il vecchio schema del „Breviarium S. Crucis“).
Ma tre sole lezioni riducono ad un minimo la lettura, ammesso naturalmente che le lezioni non debbano allungarsi pi๠della giustezza media attuale.
Quanto alla lezione biblica da moltissime parti si chiede inoltre che sia „continua“, anche in Quaresima e nelle Quattro tempora. Si vorrebbe che siano scelti i libri pi๠pratici e che siano letti per intero, specialmente gli Atti degli Apostoli e le Lettere.
Quando poi per qualche impedimento occasionale non si potessero leggere, si dovrebbero senz’altro tralasciare. Si suggerisce, inoltre, che sia riveduta la distribuzione dei libri dei Re, di cui il primo occupa troppo spazio a spese degli altri, e che si dia pi๠campo alla lettura di Geremia, dei Profeti minori e di Giobbe.
§Un desiderio molto diffuso vorrebbe che le lezioni del 1° notturno (bibliche) siano pi๠lunghe, perché la S. Scrittura nel nuovo Breviario dovrebbe avere un posto pi๠importante.
Qualcuno concretizzerebbe cosà¬: obbligo alla lettura biblica per io minuti, ma a libera scelta del sacerdote. In tal modo egli potrebbe leggere ciò che maggiormente gli giova e lo attrae.
Altri desidererebbero una riduzione delle letture del V. T. e maggiore rilievo del N. T.
Le lezioni del 2° notturno, invece, andrebbero accorciate, sia per eliminare delle ampollosità  di poco o nessun valore spirituale, come per mettere un certo equilibrio tra gli uffici anche quanto alla lunghezza. Le lezioni agiografiche, si osserva ancora, dovrebbero essere rivedute seriamente, eliminando le leggende, che gettano il discredito sulla pietà  della Chiesa, e i racconti di miracoli anche autentici, per mettere pi๠in rilievo il carattere proprio dell’attività  e della santità  di ciascun santo „senza omettere di ben inquadrare“ in due o tre frasi, l’ambiente storico, geografico, sociale e spirituale nel quale il santo ਠvissuto.
Ciò importa moltissimo per ben valutarne e stimarne le virtà¹. Se il santo ha lasciato degli scritti, sarebbe desiderabile farne leggere qualcosa, invece della vita spesso ordinaria o schematica.
Quanto alle lezioni patristiche bisognerebbe prima di tutto darle nel testo critico, citando la fonte da cui sono tolte; poi, per quanto ਠpossibile e secondo i dati degli studi pi๠recenti, assicurarsi della loro reale paternità . Si chiede pure che sia fatta una scelta pi๠„eclettica“ dei testi (dalla Chiesa greca, dai Dottori recenti, anche se hanno scritto in lingua moderna).
Possibilmente nel giorno della festa d’un Dottore si dovrebbe dare un suo testo. Anche i discorsi e le omelie de tempore andrebbero rivedute accuratamente e le omelie dei Comuni essere maggiormente variate.
Anzi, se fosse possibile, le omelie si vorrebbero per intero, e non solo l’inizio, in vari giorni o festività  (come avviene nell’Ufficio dell’ottava della Dedicazione della chiesa), per poterle leggere complete in pi๠volte. Bisognerebbe, inoltre, togliere risolutamente quei passi, come certe interpretazioni e allegorie (per es. i 38 anni del paralitico della piscina di Bethsaida), che riflettono la moda e il gusto d’un tempo ormai passato, e sostituirli con testi che siano di vero alimento spirituale. Infine una questione pratica che investe tutta la lettura (biblica, patristica, storica, omiletica) ਠche essa sia fatta in „lingua volgare“ in uno stile puro e semplice, o almeno alternatamente un mese in latino e l’altro in volgare (proposta che si estende a tutto il Breviario).

8. CAPITOLI E RESPONSORI

Alla questione della lettura si connette quella dei capitoli. Si vorrebbe estesa a tutte le domeniche dell’anno la distribuzione in capitoli dell’epistola occorrente per rimediare alla monotonia dei capitoli dei vespri, il solo ufficio celebrato in parrocchia.
Quanto ai responsori la loro nuova introduzione sotto Pio X ਠstata certamente un vantaggio per il Breviario e il privarsene ora sarebbe un impoverimento. Il responsorio ha una funzione spirituale non piccola in quanto dopo la lettura ਠcome una meditazione, un ripensamento su quanto ਠstato letto, una elevazione dell’anima a Dio nella lode meditata. Non à¨, dunque, un semplice pezzo di canto e quindi buono solo per quando l’ufficio ਠcantato in coro.

9. INNI

Le proposte per gli inni possono sintetizzarsi cosà¬:
1) ritornare al testo antico ed a questo ispirarsi per le nuove composizioni;
2) aumentare il numero degli inni prendendoli dalla innodia classica (Prudenzio, Fortunato, Sedulio ecc.) e da quella ricchissima medievale;
3) variare maggiormente gli inni nelle feste della Madonna (prendendoli anche dall’innodia orientale) e dei santi per non dover ripetere tanto spesso gli stessi inni del Comune („Iste confessor„, „Ave maris stella„, „Deus tuorum militum“ ecc.);
4) degli inni moderni parecchi sono incomprensibili e dovrebbero essere cambiati o modificati;
5) per aumentare la varietà  e l’interesse per gli inni non si potrebbe, chiede qualcuno, assegnarne dei propri a Compieta secondo i tempi e talune grandi feste? Ed ecco per una revisione degli inni esistenti alcuni rilievi particolari:

1. Nell’inno del Cuore Eucaristico di Ges๠ricorre la parola pabulum, (che si trova anche nel Comm. Mart.: «et blanda fraudum pabula„) che in buon latino, anche classico e patristico, significa foraggio, termine davvero poco conveniente per indicare il nutrimento degli uomini. Le frequenti elisioni, come nel verso: Hoc ostium arcam là terist (festa del S. Cuore) rendono un inno impronunciabile e incantabile, e poco meno quello dell’inno a Cristo Re: Tutus stat ordo civicus, ed ਠimpropria nel medesimo inno la parola „imagine„, invece di „specie“ nel verso „Vini dapisque imagine„.

2. La dossologia dell’inno „Ave, maris stella“: Sit laus Deo Patri, – Summo Christo decus, Spiritui Sancto, – Tribus honor unus andrebbe cambiata cosà¬: Sit laus Deo Patri, – Summo Christo decus, Spiritui Sanctohonor, tribus unus. perchਠla lezione attuale si trova nei codici pi๠tardivi (cf. Clemens BLUME, S. I., Unsere liturgischen Lieder, Regensburg 1932, p. 205) e secondo la dossologia odierna al Padre conviene la laus, a Cristo il decus e manca l’attributo corrispondente per lo Spirito Santo.

3. „Iesu corona celsior“ (Lodi del Comune dei Conf. non Pont.) dovrebbe subire una rifusione generale. La 3ª strofa, ricordando il giorno emortuale del santo, ਠin contrasto con la ia dell‘ Iste confessor, che cambia il 3° verso quando si tratta del giorno natalizio. Si fa notare pure che la triplice vittoria sul mondo, il demonio e la carne nella 4ª strofa ਠassolutamente inafferrabile. Secondo lo stesso proponente bisognerebbe sopprimere completamente le prime tre strofe e ordinare le rimanenti cosà¬: Te Christe, renatos Virtute, ecc.

4. Nell’inno delle Lodi per S. Martina (30 genn.) alla ia strofa si vorrebbe cambiare „Thracios“ (che richiama troppo l’oraziano odiatore dei nemici) in „Tartaros„.

5. Nella festa delle sante Perpetua e Felicita martiri (6 marzo) gli inni, se non si fanno nuovi, si prendano dal „Commune plurium non Virginum prò aliquibus locis„: „Nobiles Christi famulas“ e „Si lege prisca„, perchਠquelli in singolare del „Commune unius non Virginis“ non convengono.

10. LE PRECI

Ne viene chiesta o la soppressione, o una risoluta riduzione nella formulazione del testo, o una limitazione nell’uso. Alcuni vorrebbero ritenere solo le preci feriali, altri riserverebbero le preci domenicali alle ferie „per annum“ e alle domeniche di Settuagesima e Quaresima e le feriali alle ferie di Quaresima e delle Quattro tempora.
Nel ty. per il Sommo Pontefice, che si usa chiamare anche „Santissimo„, si fa notare che la parola „beato“ del ty. ਠincongruente, quando nel y. si ਠgià  detto „beatissimo„.

11. INIZIO E FINE DELLE ORE

àˆ generale la richiesta dell’abolizione dei Pater, Ave e Credo con talune preci immediatamente precedenti e seguenti (come il Confiteor, che si vorrebbe riservato solo per Compieta), de lube, domne, benedicere, alle lezioni, del Benedicite, Deus, a Prima. Qualcuno andrebbe anche pi๠in là , fino alla soppressione delle antifone maggiori della Madonna, tutt’al pi๠conservandole alla fine di Compieta. Per le Ore minori c’ਠchi propone l’abbandono dei responsori brevi. Comunque sia, ਠcerto che una semplificazione in questo campo ci vorrebbe. Ci sono attualmente delle formole che suppongono l’inizio dell’Ora e non la continuazione della preghiera, come avviene d’ordinario adesso. C’ਠtutta un’incrostazione che s’ਠandata formando intorno alla preghiera canonica originaria sotto la spinta della pietà  privata e individuale. Cose piissime e santissime, senza dubbio, ma che nessuno, crediamo, si dorrebbe di vedere con criterio e saggezza eliminate, e la preghiera liturgica risplenderebbe allora nella sua nativa bellezza, con semplicità  di linee e spontaneità  d’espressione. Due „desiderata“ incontreranno il consenso generale:
1) mettere la preghiera del Signore (Pater) non come appendice dopo le Ore, ma nel punto culminante, come nel rito monastico (e nella Messa): Kyrie… Pater… orazione;
2) revisione delle orazioni: ritorno alla sobrietà  classica, eliminandone talune lunghissime, con un cumulo di idee disparate, con dentro tutta la vita del santo, ecc.

12. OSSERVAZIONI SU ALCUNE PARTI DELL’UFFICIO

Abbiamo già  fatto alcuni rilievi sulle diverse parti dell’Ufficio divino, trattando la materia sistematicamente. Completiamo ora con qualche annotazione particolare.
C’ਠchi vorrebbe dare ad ogni Ora un titolo spiegativo: un «tema», una „idea“ come guida, e assegnare anche per ogni giorno e per le singole Ore una „intenzione di preghiera“ ufficiale della Chiesa. Inoltre, secondo gli stessi proponenti, ogni feria potrebbe avere un significato proprio e particolare pi๠esplicito.
Per esempio: Domenica: Trinità ;
Lunedà¬: azione di grazie;
Martedà¬: grande lode a Dio;
Mercoledà¬: preghiera universale;
Giovedà¬: glorificazione del Dio-Uomo;
Venerdà¬: Satisfazione generale al Cristo sacrificato per noi:
Sabato: Maria e i santi.
Alcuni chiederebbero facoltà , in Quaresima, di dire ad libitum l’Ufficio de tempore, anziché quello del santo del giorno, come si fa già  per la Messa.
Accenniamo appena alla proposta che „i parroci siano autorizzati ad anticipare a mezzogiorno, almeno la domenica e le feste, il Matutino del giorno dopo“.
La questione denota il buono spirito e la pietà  di chi l’ha avanzata, ma tradisce una concezione errata dell’Ufficio divino, che per sua natura ਠuna preghiera „oraria“, da distribuirsi nei vari tempi propri per santificare tutte le ore della giornata.
Per compensare la sparizione delle lezioni agiografiche, si chiede l’introduzione a Prima della lettura del Martirologio (o per intero, o ridotto a qualche elogio pi๠importante della Chiesa universale e locale).
Questo risolverebbe, secondo i relatori, anche la questione delle commemorazioni, che verrebbero di per se abolite, perché dovrebbe bastare la memoria che se ne fa a Prima col Martirologio.
Quanto alle Ore minori un suggerimento di indole pastorale vorrebbe che almeno la domenica e le feste i parroci e chi ha cura d’anime ne fossero dispensati.
Si vorrebbe maggiore assicurazione per i I e II Vespri domenicali, sopratutto nel tempo quaresimale e nell’Avvento, anche di fronte alle feste di I e II classe. Per Compieta c’ਠchi vorrebbe tutti i giorni, eccettuata la domenica, il salmo 50 („Miserere“).
Altri preferirebbero tornare all’antico schema invariabile, cioਠl’attuale schema della domenica, come prima di Pio X.
Qualcuno pensa che anche per Compieta i parroci e i sacerdoti che cantano i Vespri col popolo potrebbero esserne esonerati.
Per una giusta soluzione bisogna tener presente il carattere proprio di ciascun’Ora e particolarmente di Compieta, alla quale convengono proprio bene i salmi 90 e 133 e quindi un ritorno allo statu quo antea pensiamo farebbe piacere a tutti.
Tanto pi๠che l’uso sempre pi๠frequente, tra certe categorie di fedeli, di Prima e di Compieta come preghiere del mattino e della sera, obbliga il clero a recitare queste Ore con loro e una semplificazione di schemi per l’uso pratico sarebbe desiderabile.

13. LE OTTAVE

Hanno preso uno sviluppo enorme, „esagerato“ dice un relatore.

E si ripete per le ottave „l’unanimità  dei consensi“ perché siano semplificate. Qualcuno le vorrebbe sopprimere tutte, eccettuate quelle di Natale, Epifania, Pasqua, Pentecoste, Ascensione e Corpus Domini, elevando al grado di duplex l’ufficio infra octavam.
Altri ragionano cosà¬: „Bisogna, senza dubbio, conservare le ottave di Pasqua e di Pentecoste per la loro antichità , e quella di Natale per il suo carattere del tutto speciale: infatti ਠparte integrante dell’ufficio del Tempo di Natale e dà  alla settimana dal 25 al 31 dicembre una fisonomia singolarmente attraente.
L’ottava dell’Ascensione, d’istituzione recente, potrebbe senz’altro scomparire e lo stesso vale per quella del Sacro Cuore e per tutte le ottave non privilegiate.
Del resto si potrebbero ridurre tutte al grado di ottave semplici, con ufficio proprio solo nel giorno ottavo e con speciale privilegio che permetta di preferirlo in caso d’occorrenza alle feste di rito doppio o inferiore al doppio. Si potrebbe anche dare alle domeniche „infra octavam“ un ufficio, che s’ispiri alla festa: si direbbe quasi indispensabile per la maggior parte dei paesi dove le feste non sono pi๠celebrate dal popolo nel giorno assegnato, ma rimandate alla domenica seguente.
Per l‘Epifania e il Corpus Domini, si potrebbe forse conservare l’ottava, ma riducendo a rito semplice tutti i giorni infra octavam, con salterio feriale.
Non sarebbe il caso di fare un passo anche pi๠avanti e rimaneggiare tutti gli uffici festivi, se non riducendoli a rito semplice, almeno sottomettendoli al principio dell’ufficio a tre lezioni?
In questo caso i responsori che rimanessero soppressi potrebbero essere utilizzati ai Vespri, alle Lodi e alle Ore minori dopo il capitolo, per non depauperare la preghiera liturgica di questi pezzi, che spesso sono magnifici“.

Riassumendo, il sistema delle ottave, secondo il parere di un disserente, potrebbe modificarsi cosà¬:
1. Niente di cambiato :
a. Pasqua,
b. Pentecoste,
c. Natale: .

2. Ottave del temporale:
Epifania: giorni infra octavam, uffici a 3 lezioni con salterio feriale, commemorati solo nelle feste di S. Giuseppe e della S. Famiglia; giorno ottavo, ufficio doppio come nel giorno della festa, ma con testi propri, riferentisi al Battesimo di Gesà¹. Ascensione: ottava soppressa, ma conservare il „tempo dell’Ascensione“.
Corpus Domini: giorni infra octavam, ufficio a 3 lezioni, che ceda solo dinanzi ai doppi con semplice commemorazione; giorno ottavo, festa di Cristo Sommo Sacerdote.
Sacro Cuore: ottava semplice, da fondersi con la festa del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore.

3. Ottave del santorale:
Immacolata Concezione, ottava semplice.
S. Giuseppe (da celebrarsi nel tempo natalizio), ottava semplice.
S. Giovanni Battista, ottava semplice.
Ss. Pietro e Paolo, ottava semplice (il 4 luglio festa di tutti i Santi Papi).
S. Lorenzo, ottava semplice.
Assunzione, ottava semplice, da fondersi con la festa del Cuore Immacolato di Maria.
Natività  della SS. Vergine, ottava semplice, da fondersi con la festa del Nome di Maria, che prenda l’ufficio della Natività  con le parti proprie dell’ufficio attuale.
Ognissanti, ottava semplice, da fondersi con la festa delle Ss. Reliquie.
Santo Patrono e Titolare,
Dedicazione della propria chiesa, ottava semplice.

4. Ufficio delle domeniche infra octavam:
Conservare intatti gli uffici attuali per le domeniche delle ottave di Natale, Ascensione, Corpus Domini e Sacro Cuore.
Ripristinare la domenica dell’ottava dell’Epifania e fissare la festa della S. Famiglia in un altro giorno infra octavam.
Per le domeniche infra octavam delle feste dell‘Assunzione e della Natività  della SS. Vergine, dei Ss. Pietro e Paolo, di Ognissanti, della Dedicazione, della festa del Patrono e del Titolare, si potrebbe comporre l’ufficio come segue: Salmi e antifone, capitolo e inno, responsori brevi e versetti, della festa; lezioni del Matutino e orazione, della domenica occorrente.
Alla Messa commemorazione (in primo luogo) e prefazio dell’ottava.

14. LE COMMEMORAZIONI

Con l’inserzione del Martirologio a Prima, si dice, già  potrebbero sopprimersi tutte le commemorazioni. Forma, veramente, un po‘ semplicista di risolvere il problema.
Altri ne chiedono la soppressione a Matutino, Lodi e Vespri, ma non nella Messa. Bisognerebbe ridurre tutte le commemorazioni a due ed omettere tutto il resto, propongono taluni. Ancora: i santi di rito semplice o doppio in occorrenza con la domenica non dovrebbero esser commemorati che alle Lodi.
Non ci attardiamo ad esporre altre proposte perché il sistema semplificato delle ottave porterebbe anche a questa semplificazione, che in definitiva ਠuna conseguenza logica di quanto precede.

15. LE RUBRICHE

Tra le varie proposte, ecco le principali:

1. Si premettano brevi note, storiche ed esegetiche, ai vari riti e alle loro parti, oppure si uniscano con le rubriche generali sia del Breviario che del Messale.
Naturalmente le attuali „Rubricae generales“ vanno fuse con le „Additiones et Variationes„.
Si segnino con numero progressivo, imitando per brevità  e chiarezza i canoni del C. I. C. I nuovi prolegomeni dei libri liturgici dovrebbero servire anche come testo (o come parte sostanziale del testo) di scuola di liturgia pratica nei seminari.

2. Si dovrebbe rivedere o sopprimere la rubrica o le rubriche riguardanti le Ore canoniche in relazione alla Messa conventuale.
Cosଠla norma che prescrive in Quaresima la recita del Vespro prima di mezzogiorno (cioਠprima del pranzo) ਠun evidente errore d’interpretazione, che andrebbe corretto.

3. Qualche annotazione particolare: per togliere ogni dubbio se si debba genuflettere con uno o ambedue i ginocchi, la Rubrica all’Invitatorio: „In sequenti Psalmi versu, ad verba: venite, adoremus, et procidamus, genuflectitur“, dovrebbe cambiarsi in quest’altra: „In sequenti Psalmi versu verba: venite, adoremus, et procidamus dicuntur flexis genibus„.
Nella festa dei santi Angeli alle singole Ore, in calce ai primi Vespri nei giorni 24 marzo, 8 maggio, 29 settembre, 2 ottobre, 24 ottobre si aggiunga la rubrica: „Conclusio hymnorum ad omnes Horas“: Deo Patri sit gloria, – Qui, quos redemit Filius Et Sanctus unxit Spiritus, – Per Angelos custodiat. Amen. Nella 1ª strofa dell’Iste Confessor si dovrebbe dire sempre : „Hac die laetus meruit supremos – Laudis honores„.
Cadrebbero cosଠda sé parecchie rubriche speciali nelle feste dei santi.
4. „àˆ urgente, afferma un collaboratore, la compilazione metodica, per uso di tutta la Chiesa, non di una guida particolareggiata dei minimi gesti del coro o degli ufficianti, ma d’una raccolta dei princà¬pi generali, un vero Codex iuris liturgici, in cui sia enunciato chiaramente e classificato sistematicamente quel che debbono fare le singole persone e le varie categorie, secondo i tempi, i luoghi e le circostanze della celebrazione di feste e cerimonie liturgiche.
L’ordine dovrebbe essere, parallelo a quello del Codice di Diritto Canonico e la materia essere fornita dallo spoglio metodico delle rubriche, non andate in disuso o superate, del Messale, Breviario, Pontificale e Cerimoniale, compresa l’appendice per le chiese minori e del Rituale.
La scelta dovrebbe farsi ispirandosi non agli usi giuridicamente in vigore, ma agli abbondanti e seri studi che hanno messo in luce l’origine, il senso e l’evoluzione storica di ciascun rito o cerimonia.

Un simile lavoro dovrebbe servire in seguito come punto di partenza alle commissioni sinodali e diocesane di liturgia per regolare, secondo i bisogni spirituali dei diversi luoghi, le celebrazioni imposte ad ogni parroco nella sua parrocchia e mettere fine agli arbitrii, che si verificano ogni giorno pi๓.

CONCLUSIONE

Abbiamo spigolato qua e là  nell’abbondante messe.
Proposte e progetti,. nella loro multiforme varietà , riflettono una identica luce: l’intimo desiderio di rinnovamento e di adeguamento della „laus perennis“ alle attuali esigenze spirituali del clero e della „plebs Dei„.
Abbiamo voluto riferire con una fedeltà  assoluta, spesso con le loro stesse parole, il pensiero dei nostri collaboratori, perché la loro voce giunga ai lettori non alterata ne travisata, ma nella genuina interezza.

Mentre ringraziamo vivamente quanti si sono uniti a noi in questo comune lavoro, che ci auguriamo porti „tempore opportuno“ i suoi frutti, dichiariamo che le pagine della Rivista resteranno anche in seguito aperte ad ogni altra collaborazione che si attenga, e nell’intenzione e nella formulazione, ad un saggio equilibrio tra „nova et vetera„.

Roma, marzo 1949.

Annibale BUGNINI, C.M.

 

 

Einleitung: Giuseppe Nardi
Bild: Tradition in Action

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5 Kommentare

  1. Anzumerken ist, dass Annibale Bugnini von Papst Johannes XXIII. gefeuert wurde: Sowohl als Sekretär der Kommission für Liturgie des Konzils als auch als Professor für Liturgie an der Lateran-Universität. Paul VI. hat ihn wieder zurückgeholt. Er war sein wichtigster Mitarbeiter.
    Bugnini hat in seiner Autobiografie offen zugegeben, dass die neue Messe mit der alten nichts zu tun hat. Es bedarf bei der Beurteilung nicht einer Bruch-„Hermeneutik“, die Messe Pauls VI. ist ein Bruch, wie es ihn in der katholischen Kirche noch nie gegeben hat. Eine unglaubliche Protestantisierung. Bugnini ließ sich 1955 von einem Italiener die „Messe Luthers“ vom Deutschen ins Italienische übersetzen.
    Es wundert nicht, dass sich Ex-Bischöfin Käßmann für 2017 die gemeinsame Interzelebration wünscht. Protestanten haben mit der neuen Messe kein Problem.
    Die Alte Messe ist ein Bollwerk der kath. Kirche gegen die Protestantisierung. Auch deswegen ist sie allen Ökumenikern im Weg.

    • Was soll man von Papst Pius XII. halten? Er hat Bugnini zum Sekretär Kommission zur Generalreform der Liturgie ernannt. Vielleicht muß man auf diesem Hintergrund auch die Reform der Karliturgie von Pius XII. einordnen. Und auch seine liturgischen Eingriffe in die Messe bis 1956. Wenn dagegen, wie cuppa schreibt, Annibale Bugnini von Papst Johannes XXIII. als Sekretär der Kommission für Liturgie des Konzils gefeuert wurde, was sagt das dann über diesen in bestimmten Kreisen viel gescholtenen Konzilspapst aus? Zumindest wird man dann seine nur wenige Monate vor Konzilsbeginn erlassene Apostolische Konstitution „Veterum sapientia“ in einem anderen Licht, nämlich der liturgischen Kontinuität sehen müssen, und vielleicht auch noch einiges andere mehr.

  2. Papst Johannes XXIII. war strikt für die Beibehaltung des Latein in der hl. Messe. Er war Verehrer des Kostbaren Blutes und hat die Litanei vom Kostbaren Blut liturgisch anerkannt. Sie sollte im Monat Juli gebetet werden. Das deutet darauf hin, dass er den Opfercharakter der hl. Messe nicht angetastet hätte. Nicht in der rabiaten Form wie Paul VI. (mit Bugnini), der auch die Litanei vom Kostbaren Blut wieder „abgeschafft“ hat, bzw. ihr wieder den offiziellen Rang genommen hat, den andere große Litaneien genießen.
    Johannes XXIII. ging auch noch ganz selbstverständlich von der Rückkehrökumene aus. Er wollte die Kirche so öffnen, dass die „getrennten „Brüder“ wieder zurückkommen. Vielleicht ist er dabei zu weit gegangen.
    Bugnini war der einzige Sekretär der vorbereitenden Kommissionen, der vor dem Konzilsbeginn vom Papst entlassen wurde. Das zeigt, dass Johannes XXIII. mit der „liturgischen Verwüstung“ nichts zu tun hat.

    • Storman sagt:

      Sehr schön! Ich sehe Papst Johannes XXIII. auch in diesem Licht. Daß die für das Konzil vorbereiteten Schemata von den Konzilsvätern gleich zu Anfang samt und sonders über den Haufen geworfen worden sind, zeigt vielmehr, daß die revolutionäre Zeitbombe längst unter dem Pontifikat von Pius XII. tickte, und er für die Entschärfung zu wenig getan hat. Und Johannes XXIII. hat das vielleicht auf dem Hintergrund der Einberufung des Konzils alles nur unterschätzt. Ob er aber dem Konzil eine andere Wende hätte geben können, wenn ihm dafür „von oben“ mehr Zeit gegeben worden wäre, ist reichlich spekulativ. Jedenfalls muß er aber Bugnini noch rechtzeitig durchschaut haben. Oder war hier vielleicht Kardinal Ottaviani die treibende Kraft?

  3. Es wäre schön, wenn für diejenigen, die des Italienischen nicht mächtig sind, eine deutsche Übersetzung zu diesem Text erstellt werden könnte.
    Ich kann nur spekulieren und Fragen formulieren:
    Könnte es möglich sein, daß auch das Messbuch Pius V. (welches ja zur Abstellung liturgischen Wildwuchses und Schlamperei veröffentlicht wurde) mit der gleichen Nonchalance behandelt wurde wie die Bücher des Novus ordo heutzutage? Ist die Forderung der Liturgischen Bewegung nach liturgischer Bildung vielleicht noch einmal ganz neu zu bewerten?
    Wenn ich Bugninis „Manifest“ so betrachte, so ist sein „Wirken“ kein unglücklicher Zufall. Ein „religiös unmusikalischer“ und von der Liturgie der Kirche entfremdeter Klerus war (wie heute) der Normalfall. Dieser paßt dann, dem eigenen Unvermögen folgend, die Riten an den eigenen engen Denkhorizont an, der sich nicht dem Mysterium Gottes verpflichtet sieht. Die wirklich spannende Frage ist: Was hat Paul VI bewogen, diesen Mann zurückzuholen?

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